Malarazza – Domenico Modugno

Malarazza

Domenico Modugno

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“Malarazza” è una canzone pubblicata da Domenico Modugno, nel 1976 come lato A del singolo Malarazza/Nè con te nè senza te.

La storia di questa canzone siciliana è complicata e tormentata. Nella forma in cui è più nota, fu incisa e pubblicata nel 1976 da Domenico Modugno. La rielaborazione del testo era avvenuta assieme allo storico cantautore Rodolfo Assuntino e alla cantautrice, regista e attrice palermitana Emma Muzzi Loffredo (1941-2017).

Ne susseguì immediatamente un’azione legale per plagio presso il tribunale di Milano, intentata da Dario Fo al cantautore pugliese (ma preteso siciliano). Il testo è infatti tratto da un sonetto anonimo, probabilmente settecentesco, “Lamento di un servo ad un Santo crocifisso“, pubblicato nel 1857 dal poeta e filologo di Acireale, Lionardo Vigo Calanna, marchese di Gallodoro (1799-1879). Lionardo Vigo Calanna dedicò il canto “ai poveri cristi della ducea di Bronte” dopo averlo ricevuto dall’abate Carmelo Allegra di Messina.

Canto di protesta antinobiliare e anticlericale composto da una strofa di dieci endecasillabi e da un’ottava, il “Lamento” è un dialogo tra un bracciante e un effigie di Gesù percepito come l’ultimo baluardo a difesa degli umili. Nel breve testo il bracciante, metafora del popolo siciliano da secoli abituato a subire soprusi e a chinare il capo di fronte all’ingiustizia, elenca le sofferenze patite a causa del suo padrone e invoca una punizione divina: «Signuri, ‘u me’ patruni mi strapazza, / mi tratta comu un cani di la via; / tuttu si pigghia ccu la so manazza». La risposta del Cristo non si fa attendere ed è sorprendente, perché invece di predicare il perdono cristiano e ribadire l’inesorabilità della giustizia divina, invita l’uomo a non rassegnarsi e a reagire: «E tu forsi chi hai ciunchi li vrazza, / o puru l’hai ‘nchiuvati comu a mia? / Cui voli la giustizia si la fazza, / né speri ch’àutru la fazza pri tia». 

In una società tradizionalistica e letargica come quella isolana il dialogo tra un servo e un Cristo dovette sembrare un’aggressione politicamente pericolosa, perché istigava a mettere in discussione l’ordine sociale. Perciò non sfuggì alla censura del Regno delle due Sicilie, che chiese il sequestro dell’opera che conteneva quel testo “blasfemo”.

Da sottolineare che il testo originale era stato recitato e registrato anche da Rosa Balistreri, poi inserito in “Rosa canta e cunta” (2008).

TESTO

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