Marrocche e frusce

Irma Di Benedetto

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Irma Di Benedetto suona all’organetto Marrocche e frusce” – Canto popolare abruzzese di Lamberto De Carolis e Aniello Polsi.

Parlare a chi ha meno dei miei anni o a chi ha la mia stessa etĂ  del vecchio rito de “lu sgardazzĂ “, è come parlare a me in  greco antico. Eppure ci siamo lasciati alle spalle una delle usanze o, se vogliamo, dei riti piĂą allegri e festosi della nostra amata civiltĂ  contadina che nel tempo si è trasformata conservando il sapore della terra oramai solo nel suo primitivo DNA e torna spontaneo, quasi come una prepotenza, una forza irresistibile,  la voglia di ricordarla e raccontarla a chi l’ha dimenticata o mai conosciuta. In questo Abruzzo, ricco di storia, di antichi valori e remote tradizioni, il destino di chi resta è quello di narrare. Era una di quelle sera senza tempo, senza fiacca e senza rancori in cui si lavorava, si raccontava, si rideva, si ballava e si cantava mentre qualcuno, un po’ stonato e un po’ maldestro, con le note dell’organetto, suonava il suo tempo al ritmo della mazurka, della polka, della raspa (per gli audaci), del saltarello (per gli infaticabili) ed infine  della quadriglia (per le coppie o quasi..) e del “laccio d’amore” con il suo perfetto incrocio di nastri policromi intorno al palo  con a capo sempre chi, in un modo o in un altro, avrebbe sbagliato a “comandare” ed alla fine ci si sarebbe arrivati a fatica, magari ripetendo piĂą volte certi incroci, per poi concludere, con grande orgoglio, un ballo che avrebbe incantato il suo pubblico ed accalorato le critiche per gli errori allo stesso modo in cui si bacchettava il compagno di briscola al bar per il carico non giocato. Ma la fine era sempre la stessa: con un “contrĂ©” ed “cambio dama” si continuava a ballare finchĂ© le gambe non tenevano piĂą. Era una di quelle sera in cui, dopo i lavori di una lunga giornata iniziata ancor prima del sorgere del sole, se ne concludeva un altro. Infatti dopo averlo raccolto, il mais  (in dialetto abruzzese “le marrocche“) si doveva svestire delle foglie che lo avevano protetto per tutto il tempo, mantenendolo dolce, dorato e profumato. Ci si disponeva in cerchio intorno ad una montagna di marrocche ed una alla volta, tra uno stornello ed un ritornello, si pulivano ed ognuno ne custodiva almeno una per poi cuocerla l’indomani o lessa, nel calderone delle salse, o alla brace sui carboni rimasti sotto il calderone pieno di bottiglie di pomodoro. Era una di quelle sere in cui si coltivavano il rito dell’amicizia, del buon vicinato e della parentela.  In cui tanti giovani si sono innamorati e tanti anziani hanno tramandato i loro ricordi. Erano sere in cui tra un bambino che piangeva ed un altro che nasceva, si ringraziavano la terra, il cielo ed il buon Dio per aver raccolto ciò che la provvidenza non aveva negato all’uomo: la salute, il mais ed anche il buon vino. Per ciò si faceva festa, si diceva: “grazie”! In quelle sere di afa, all’ombra della luna, per luce solo le stelle, si ballava fino a tardi mentre con gli occhi si guardava il mucchio delle marrocche e frusce e a poco a poco il sole, lontano, nasceva.

Da “Un cappello pieno di storie” di Irma Di Giandomenico. Marrocche e Frusce: lu scardazzĂ .

TESTO

Da za Rose massére che feste,
se scardazza se cante e s’abballe.
Va li trille pe’ piane e pe’ valle
lu dubbotte se send’ a sunĂ .

Me mess’ a scardazzĂ 
propie nnanz’ a Cungittine
l’abbellive le recchine
le fussette qua e lla.
Su la cocce lu fazzole,
su lu pètte li curalle,
lu zenare a strisce gialle,
le scarpette da cittĂ .

La za Rose ridéve cuntente
quand’ Ă  viste ‘ricresce lu mucchie,
riguardĂ©ve le frusce nghe n’ucchie
e nghe ll’atre me stev accinĂ .

Me mess’ a scardazzĂ 
propie nnanz’ a Cungittine
Tabbellive le recchine
le fussette qua e lla.
Su la cocce lu fazzole,
su lu pètte li curalle,
lu zenare a strisce gialle,
le scarpette da cittĂ .

Sfruscia sfrusce ridènne candènne,
rosce Ă  scite ‘na bbella marrocche,
che furtune! vasciarte m’attocche,
n’ ge sta cose che vale de cchiĂą.

Me mess’ a scardazzĂ 
propie nnanz’ a Cungittine
Tabbellive le recchine
le fussette qua e lla.
Su la cocce lu fazzole,
su lu pètte li curalle,
lu zenare a strisce gialle,
le scarpette da cittĂ .

Me mess’ a scardazzĂ 
propie nnanz’ a Cungittine
Tabbellive le recchine
le fussette qua e lla.
Su la cocce lu fazzole,
su lu pètte li curalle,
lu zenare a strisce gialle,
le scarpette da cittĂ .

Puoi scrivere ulteriori informazioni e il TESTO nei commenti. GRAZIE.

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