Il Mandolino

Strumento Popolare

Il mandolino
Il mandolino

Il Mandolino è uno degli strumenti più conosciuti al mondo ma non tanto per le sue caratteristiche tecniche e possibilità sonore quanto piuttosto per la visione semplicistica e riduttiva di strumento popolare, giocoso, tipico della tradizione dell’Italia meridionale.

Al contrario, come del resto ogni strumento musicale, ha una sua origine e una sua storia che lo vede presente nelle sue derivazioni più antiche in un panorama internazionale e per di più colto.
Fin dalla seconda metà del ‘400 l’iconografia e altre fonti ci mostrano il liuto (uno degli antenati del mandolino) suonato con il plettro, tecnica che diverrà nei secoli propria del mandolino.

Si scoprirà durante l’evoluzione degli strumenti a plettro la produzione di trattati riguardanti non solo la storia di essi ma anche delle varie tecniche costruttive e di esecuzione. Il mandolino non è altro che uno degli strumenti appartenenti alla grande famiglia dei cordofoni, tra cordofoni rientra nella categoria dei liuti. Alcuni ritengono che questi strumenti a fondo convesso derivino dalla lira greca mentre quelle a fondo piatto, come la moderna chitarra siano una evoluzione della Citara ellenica, altri ritengono che vi siano tra i cordofoni a manico due filoni principali, quello del TAR di derivazione persiana è quello dell’UD di derivazioni araba. Il più antico è quello del TAR cui appartiene il CHAR-TAR, strumento a quattro corde a forma di otto e manico tastato.

Il liuto è invece di epoca successiva ed è il risultato evolutivo della linea costruttiva araba dell’UD (compare per la prima volta in Egitto intorno alla VII secolo d.C. portatovi dagli arabi). Col trascorrere del tempo, delle influenze socio-culturali nelle varie epoche, evoluzione costruttiva di questo strumento ha dato vita a nuovi strumenti che pur differenziandosi per legni, grandezza, forme ed accordatura hanno tutti degli aspetti comuni. Di questo tipo di strumenti fanno parte le Mandore, le Mandole e i Mandolini come anche altri strumenti a plettro medievali, rinascimentali e barocchi come il Calascione.

Con il nome Mandora si suole indicare uno strumento simile liuto ma di dimensioni più piccole. È probabile che la mandora piccola avesse la funzione nel 1600 di strumento solista con un uso melodico associato alla danza oppure suonasse nei complessi di liuti apprezzata per il suo suono vivace ed acuto. Essa veniva presumibilmente suonata con il plettro che poteva essere tenuto tra il pollice e l’indice della mano destra ho legato a una delle altre dita anche se si parla della possibilità di poterla suonare con le dita. Dunque l’uso di prassi esecutive miste denuncia comunque l’influenza esercitata dal liuto rinascimentale.

La mandora più grande differiva dalla piccola oltre che per la grandezza anche per il maggior numero di corde. La mandora godette di un discreto successo come strumento solistico sia per la musica dotta sia per la musica popolare in Francia fino a quando sul finire le ‘600 fu soppiantata dalla Mandola Italiana (che troviamo documentata anche in Germania e Inghilterra) che aveva una accordatura per quarte. Per la prima volta viene menzionata negli “intermedi fiorentini” del 1589, ma la sorprendente espansione di questo strumento avviene tra la fine del ‘600 e la metà del ‘700. Essa era costruita sul modello del liuto col manico separato ma cavigliere a falcetto con voluta piatta. Poteva avere 4, 5 o 6 cori doppi, ponticello mobile e cordiera inferiore.

La seconda metà del ‘700 coincide con il tramonto della mandora in Europa settentrionale e l’abbandono della tecnica mista di plettro e dita (o delle sole dita) che si era utilizzata anche con la mandola in favore della tecnica esecutiva del plettro e del resistere della mandola italiana che aveva aumentato il numero delle corde fino a sei doppie, dunque era divenuta il cosiddetto mandolino lombardo. Tutto ciò avviene in coincidenza con la progressiva scomparsa del liuto e diffusione della chitarra. Durante l’avanzare di questa evoluzione rimangono inalterate le caratteristiche di un altro strumento originario dei paesi di cultura islamica che differisce dall’UD per avere corde di metallo ed un manico estremamente più lungo della cassa: il Calascione.

Esso poteva essere di tre taglie distinte: il calascione di cm 180 circa; il mezzo calascione di un metro circa ed il calascioncino di 60 centimetri. L’esistenza dello strumento è attestata fra il 1500 e il 1800 e pare abbastanza chiaro che questi strumenti a plettro erano molto apprezzati ed adottati nella cultura popolare italiana. Le testimonianze iconografiche ci rivelano che nel ‘700 viene raffigurato dalle mani di contadini e pescatori ed anche in mano agli angeli. Nel ‘700 lo strumento a plettro popolare adottato talora con fini chiaramente coloristici e la musica colta era il calascione e non il mandolino. L’immagine del mandolino si è venuta stereotipando con la seconda metà dell’800 e nel ‘900.

Le prime menzioni delle nome mandolino le troviamo fra gli appunti di Antonio Stradivari(Cremona 1644 –1737); nell’opera di Tomaso Motta armonica capricciosa di suonate musicali (Milano 1681), che parla di mandolini a quattro, cinque e sei corde; nelle ingiunzioni del pontefice Innocenzo XI (1676-89) e Innocenzo XII(1691-1700) che venivano l’uso del mandolino nelle chiese assieme a timpani, corni, trombe, oboi, flauti dolci, ottavini e salteri moderni. L’italiano Carlo Sodi diede un concerto per mandolino a Londra nel 1713 ed Handel usa lo strumento nell’opera Alexander Balus del 1743. In francese e in tedesco il nome mandolino è femminile, essendo palesemente inteso come una forma diminutiva per mandora  o mandola. L’italiano Mandolino si ha per attrazione della voce Violino(viola- violino; mandola- mandolino). Fra Sei e Settecento erano in uso diversi tipi di mandolino, distinti principalmente a seconda dell’accordatura e del numero di corde. Le caratteristiche comuni a tutti i tipi citati erano l’uso esclusivo del plettro, l’adozione prevalente di corde di budello e l’estrema leggerezza dovuta al taglio sottilissimo dei legni.

Fonte: www.chitarraedintorni.eu