La Leggenda di Colapesce

Leggenda diffusa nell’Italia meridionale

La leggenda di Colapesce è una leggenda diffusa nell’Italia meridionale, tramandata in molte varianti, le cui origini risalgono al XII secolo.

Nella tradizione napoletana, Cola (Nicola) Pesce, o Pesce Nicolò, è un ragazzo maledetto dalla madre per le sue continue immersioni. Finisce per diventare esso stesso pesce e squamarsi. Cola cercava rifugio nel mare, usando il corpo di grossi pesci dai quali si faceva inghiottire, per uscire all’arrivo tagliandone il ventre.

La leggenda trae origine dal culto tardo pagano dei figli di Nettuno, ossia dei sommozzatori dotati di poteri magici, in grado di trattenere il respiro in apnea per poterne carpire i tesori e i segreti. Essi acquistavano tali poteri magici accoppiandosi con misteriosi esseri marini (probabilmente le foche monache) e con l’aiuto della sirena Partenope.

L’origine tardo-pagana della leggenda è sostenuta da Benedetto Croce in “Storie e leggende napoletane. Era documentata dalla presenza di un bassorilievo di epoca classica rappresentante Orione, venuto alla luce durante gli scavi per le fondazioni del Sedile di Porto e murato nel settecento. Il bassorilievo rappresenta un uomo coperto da quello che sembra una pelle con un coltello in mano, l’arma usata per fuoriuscire dal ventre del pesce trasportatore.

Si narra di un certo Nicola (Cola di Messina), figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità nel muoversi in acqua. Di ritorno dalle sue numerose immersioni in mare si soffermava a raccontare le meraviglie viste e, talvolta, a riportare tesori. La sua fama arrivò al Re di Sicilia ed imperatore Federico II di Svevia che decise di metterlo alla prova: il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un’imbarcazione e buttarono in acqua una coppa che venne subito recuperata da Colapesce. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo e Colapesce riuscì ancora nell’impresa. La terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo ed in quell’occasione Colaspesce vide che la Sicilia posava su tre colonne, una delle quali piena di vistose crepe e segnata dal tempo. Una tradizione messinese vuole che si fosse sostituito al pilastro di Capo Peloro, secondo un’altra versione essa era consumata dal fuoco dell’Etna, ma in entrambe le storie decise di restare sott’acqua, sorreggendo la colonna per evitare che l’isola sprofondasse.

La fontana delle 99 cannelle in L’Aquila pare contenere un riferimento alla leggenda. Uno dei novantanove mascheroni che la caratterizzano rappresenta, infatti, un uomo con la testa di pesce, un probabile richiamo a Colapesce; tra l’altro, il mascherone è l’unico posto in angolo, posizione dalla quale “controlla” l’intero monumento,

Raffaele Viviani nel 1936 dedicó dei versi a questo”personaggio” della mitologia mariana:

Sta scorza
ca ll’acqua nun spogna
ch’è pelle squamata?
si figlio a nu pesce?
‘Sta forza
ca’ o friddo m’arrogna
chi mago t’ha data?
‘stu sciato ‘a dó t’esce?

La Leggenda di Colapesce
La Leggenda di Colapesce